Questo non è un post sulla rielezione di ieri di Napolitano e su quanto sia stata frustrante per me. Questo post è perché non capisco, e sono frustrato di non capire.
Vedo un sacco di amici e altre persone iscritte al PD molto deluse dagli avvenimenti degli ultimi giorni, e dalla dirigenza.
Vedo fioccare gli appelli, vedo invocare a gran voce un rinnovamento, e chiedere un partito di sinistra. Ma quasi sempre accompagnato dal giuramento che mai si lascerà il PD.
È una cosa che non capisco. A parte che se chiedi un cambiamento, ma dici che comunque resterai, non vedo quanto la tua richiesta venga considerata.
Ma soprattutto quello che non capisco è l'esagerato sentimento di appartenenza ad un partito. un po' come per la nazione, sinceramente.
Sono veramente orgoglioso di avere la tessera di un partito che, al congresso fondativo, nel manifesto o nello statuto (non sono riuscito a ritrovare il pezzo, ma mi sembra proprio fosse così) dice apertamente: "se si riesce a fare qualcosa di meglio ci sciogliamo".
Ecco, in politica non capisco questo "patriottismo" e a volte mi sembra l'unico motivo per cui molte persone si ostinano a stare nel PD. Perché erano nel PCI, o è dove sarebbero state, e quindi per appartenenza bisogna per forza stare lì. Al massimo si cambiano le cose dall'interno.
Poi si creano quelle situazioni paradossali in cui i militanti cantano "Contessa" entusiasti alle feste, immaginando di essere ancora nell'altro Partito, e i parlamentari mettono il pareggio di bilancio in costituzione.
A dire il vero è esattamente come mi sento riguardo al mio paese. Io ho certamente sviluppato affetto per l'Italia, e per i luoghi dove ho vissuto e che ho imparato a conoscere come le mie tasche, ma quando sento dire "Non me ne andrò mai" semplicemente per me non è così, perché se penserò di poter stare meglio da un'altra parte, ci andrò. Non perché me ne frego, ma perché non sono COSÌ ancorato a dove sto.
Ritornando a quello che volevo dire, credo che un forte sentimento identitario in politica sia un male. Non per il partito, ovviamente, ma per la politica in sè. Perché trovo che si arrivi al punto in cui il partito è il fine, quando è sempre solo un mezzo.
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domenica 21 aprile 2013
Sull'appartenenza e la politica
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lunedì 25 aprile 2011
E' oggi la festa
Quest'anno abbiamo festeggiato i 150 anni dell'unità d'Italia. E' una ricorrenza importante ed è stato giusto festeggiarla con entusiasmo (anche se ora sinceramente inizio ad averne un po' abbastanza... bello, molto bello ma inizia a rompere i maroni).
Comunque non dobbiamo dimenticare che una festa identitaria che concentra il nostro essere italiani, e italiani liberi ce l'abbiamo e c'è tutti gli anni, ed è proprio questa: il 25 Aprile, la festa della Liberazione.
Se c'è veramente qualcosa su cui si può costruire un orgoglio, e sapete quanto questa parola non mi piaccia e mi sia lontana, è proprio la resistenza e la liberazione dal nazifascismo.
Perché, e lo dico chiaro e tondo, io non potrei mai avere quella piccola fiammella di amor patrio che ho se questo scatto d'orgoglio non fosse avvenuto e ci fosse semplicemente "imposto" un governo democratico.
Perché altrimenti cos'è l'Italia, se togliamo ciò che l'ha resa ciò che è, le basi su cui poggia la nostra repubblica? Solo un ammasso di terre messe insieme da sovrani discutibili, e che ultimamente se la passa davvero maluccio.
Bisogna portare quindi nel profondo l'amore per coloro che hanno dato la propria vita per questo, e purtroppo, perché è anche per questo che si è lottato, sopportare di sentire chi continuamente offende la resistenza controbattendo punto su punto alle loro fandonie.
No, che se lo mettano in testa, combattere per la libertà piuttosto che per un regime, fermo restando che si uccide, e che gli uomini presi da rabbia e disperazione talvolta commettono eccessi, non è la stessa cosa.
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